SONDAGGIO: LA FAMIGLIA CHE VIVEVA NEL BOSCO.
La vicenda della famiglia che viveva in un bosco in provincia di Chieti (Palmoli) ha suscitato un ampio dibattito riguardo la tutela dei minori e i diritti familiari. Una coppia, con tre figli, ha scelto di vivere in un ambiente rurale e isolato, in una casa priva di servizi moderni, ma immersa nella natura, con l’obiettivo di crescere i bambini in modo autosufficiente e naturale. Il Tribunale per i minorenni ha deciso di allontanare i bambini dalla famiglia e collocarli in una struttura, motivando la decisione con il rischio di deprivazione dei diritti relazionali dei minori e delle condizioni abitative a rischio. (Dott. Alessandro Prisciandaro).
Dott.ssa Rosa De Martino:
Dal mio punto di vista come pedagogista La vicenda della famiglia che viveva nel bosco di Palmoli apre un dibattito importante sul rapporto tra tutela dei minori e rispetto delle scelte educative familiari. Come pedagogisti, siamo chiamati a riflettere su come garantire ai bambini il diritto a una crescita armonica, senza però negare la pluralità dei modelli di vita e delle pratiche educative
La scelta di vivere in un contesto rurale e non convenzionale non costituisce automaticamente una condizione pregiudizievole. Molti approcci pedagogici valorizzano il contatto con la natura, la semplicità e l’autosufficienza come elementi favorevoli allo sviluppo. Tuttavia, ogni progetto educativo familiare deve assicurare ai minori alcuni diritti irrinunciabili: sicurezza, cure adeguate, accesso all’istruzione, socializzazione, continuità relazionale ed educativa.
L’allontanamento rappresenta sempre una misura estrema. È quindi legittimo interrogarsi sulla proporzionalità dell’intervento e sulla possibilità di attivare percorsi di sostegno alla genitorialità o monitoraggi . educativi in loco, prima di arrivare alla separazione. Il rischio è che . la valutazione delle condizioni abitative prevalga sull’analisi della qualità delle relazioni familiari, che rappresentano il primo e più importante contesto di crescita.
In definitiva, non è lo stile di vita alternativo a determinare la tutela o il pregiudizio, ma la sua capacità di garantire ai bambini un percorso di sviluppo sereno, sicuro e ricco di opportunità educative. Una presa in carico pedagogica più graduale e collaborativa avrebbe forse consentito di salvaguardare contemporaneamente i diritti dei minori e il legittimo progetto educativo della famiglia.
Dottoressa Rosa De Martino
Pedagogista
Dott. Alessandro Prisciandaro:
Cara Dottoressa De Martino,
la sua riflessione è impeccabile e rappresenta esattamente il tipo di contributo pedagogico di cui oggi c’è estremo bisogno nel dibattito pubblico. Lei evidenzia in modo chiaro un punto fondamentale: non è lo stile di vita “alternativo” a costituire un rischio, ma l’eventuale incapacità – da parte delle istituzioni – di attivare percorsi di accompagnamento educativo prima di ricorrere a misure drastiche come l’allontanamento.
Come APEI siamo profondamente convinti, al pari di quanto lei esprime, che:
• il contatto con la natura e la semplicità non equivalgono a trascuratezza;
• la tutela dei minori non può essere ridotta a parametri abitativi;
• prima di ogni allontanamento devono esserci sostegni, monitoraggi, interventi pedagogici mirati;
• la relazione genitori-figli è un bene primario e va protetta attraverso un lavoro competente, rispettoso e non invasivo.
Proprio perché il suo contributo è così lucido e prezioso, desidererei invitarla ufficialmente a partecipare come relatrice alla prossima Tavola Rotonda APEI dedicata al tema “Educazione, stili di vita e tutela dei minori nelle scelte familiari non convenzionali”.
Sarebbe un onore avere la sua voce e la sua prospettiva professionale.




